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I giovani, il lavoro, la famiglia ed il regime di riconoscimento delle qualifiche professionali. PDF Stampa E-mail
Scritto da Gennaro Amoruso   
venerdý, 20 ottobre 2006 00:00

Traccia della relazione presentata al Convegno di Rovereto

Il cuore delle politiche sociali di una società attiva è costituito dal lavoro. Il lavoro così come riconosciuto nella nostra Costituzione viene inteso non solo come una risposta al bisogno, ma come possibilità di sviluppare le proprie capacità, incrementando contemporaneamente la produttività del sistema paese.

L’Italia ha attuato un importante ed epocale riforma del mercato del lavoro (la riforma Biagi n.d.r.), che ha come obiettivo quello di innalzare i tassi di occupazione regolare per un nuovo mercato del lavoro efficiente e trasparente nel quale la funzione pubblica dovrebbe essere in grado di conoscere in tempo reale le condizioni di ogni singolo cittadino, ed una pluralità di soggetti pubblici e privati in grado di offrire servizi per l’incontro tra domanda ed offerta. Tale sistema dovrebbe far sapere al lavoratore tutte le opportunità corrispondenti alle proprie competenze.

Nei sistemi sociali moderni il lavoro non è più solo considerato come il posto di lavoro, ma è diventato un modello culturale ed un progetto di vita, elemento centrale del percorso di sviluppo di una persona. Con la conferenza di Lisbona del marzo 2000 e la strategia che ne è conseguita i paesi della UE hanno deciso di promuovere una società attiva ove le istituzioni hanno il dovere di garantire a tutti la possibilità di beneficiare di un occasione di lavoro, perché il lavoro è un valore fondamentale per lo sviluppo e la coesione di ogni moderna società.

L’Italia si trova ad essere una delle economie più avanzate del pianeta grazie ai suoi alti tassi di crescita ed ad una forte capacità di esportazione, ma con la globalizzazione dei mercati e con l’integrazione europea i tassi di occupazione italiana sono scesi al di sotto della media europea.

La nostra società in questo momento è priva di grandi pulsioni giovanili e non riesce a valorizzare il capitale umano. Il nostro paese irrimediabilmente invecchia a causa della riduzione del tasso di natalità e dell’aumento della vita media, il saldo demografico risulta attivo solo grazie all’arrivo degli immigrati. L’Italia per la sua ricca economia per la posizione geografica al centro del mediterraneo rappresenta una forte attrattiva per imponenti flussi migratori, tali flussi hanno bisogno di essere regolarizzati e non rappresentano in nessun caso la soluzione né al calo demografico né ai problemi del mercato del lavoro.

Un altra questione che riguarda il mondo del lavoro ed i giovani è costituito dalla scarsa presenza sul mercato di alte professionalità, si assiste da una parte alla scolarizzazione di massa e dall’altra alla mancanza di formazione nelle aziende, tale mancanza si riflette sulla competitività delle imprese stesse. Il mercato del lavoro si presenta ai giovani come un mondo opaco, iniquo e discriminatorio, chi ha un posto tende a conservarlo escludendo così chi è alla ricerca della prima occupazione. In questo momento storico risulta in crescita la mobilità interna, ovvero quella all’interno dell’occupazione, mentre è in calo quella esterna ovvero da e verso l’esterno del mondo del lavoro. Scarsa è poi la diffusione di contratti modulabili, che potrebbero favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, altrettanto marginale è la diffusione del contratti di part-time e di quelli a termine. A queste notazioni bisogna aggiungere che il sistema di intermediazione del lavoro è principalmente basato sulla rete di conoscenze familiari e questo avviene in modo diffuso nel Sud Italia, mentre faticano a svilupparsi forme diverse di intermediazione (agenzie interinali n.d.r.).

I giovani italiani sono alla ricerca di stabilità e di sicurezze e la difficoltà di trovare un posto di lavoro determinano di conseguenza instabilità ed insicurezze. Ai giovani manca la possibilità di concretizzare valori ed aspirazioni ideali, cresce il divario tra progetto di vita teorico e realizzazione pratica dello stesso. Creare una famiglia ed avere dei figli è sempre più una scelta non libera, fortemente condizionata da vincoli sociali ed economici, il lavoro è un bisogno primario per i giovani ed è può essere la prima vera risposta alla crisi della famiglia. Chi ha un lavoro è libero dal bisogno e la sua famiglia ha  sicurezza e stabilità.

Uno stato moderno dovrebbe ridurre il numero di famiglie dove i membri non lavorano e contrastare il lavoro sommerso (il c.d. lavoro nero n.d.r.). Il sommerso disarticola le famiglie in quanto negazione di certezze, stabilità e prospettive. Dovrebbero aumentare le occasioni di occupazione per i giovani, di sostegno ad una flessibilità organizzata e di creazione di un equilibrio armonico nelle famiglie, un equilibrio tra genitori e figli. Le politiche del lavoro dovrebbero essere family friendly, dove si cerca un equilibrio tra tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alle famiglie, sta poi alla famiglia indirizzare il giovane alle scelte educative, formative e professionali migliori.

L’evoluzione demografica sta mettendo in crisi le politiche comunitarie e nazionali a favore dei giovani. Gli squilibri generazionali generati dall’invecchiamento della popolazione si traducono in forti squilibri qualitativi: si allunga il periodo della gioventù e si accavallano le sequenze della vita (studio, lavoro e famiglia). Il forzato prolungamento dell’età adolescenziale ed il difficile ricambio generazionale sono un freno per lo sviluppo sociale ed economico. Si notano intere generazioni messe ai margini della società e dell’economia. I paesi europei per uscire da questa crisi dovrebbero investire nella società dei talenti, investimenti qualitativi sul capitale umano e sull’istruzione e l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. Elevati livelli di istruzione iniziale e di apprendimento permanente rafforzano l’occupazione e la capacità di adattamento e di innovazione. L’Unione europea ha come obiettivo per il 2010 quello di creare la società della conoscenza e del saper fare. Questa obiettivo si può concretizzare con investimenti nelle risorse umane; aumento dei giovani che seguono percorsi di istruzione e formazione superiore e diplomi e qualifiche professionali; centri di istruzione e formazione sul territorio, con la promozione di nuove competenze di base e maggiore trasparenza delle qualifiche. In questo contesto si inserisce la direttiva del  Parlamento Europeo e del Consiglio del 7 settembre 2005 (2005/36/CE), relativa al regime di riconoscimento delle qualifiche professionali.

La Commissione Europea ha avviato una riforma del regime di riconoscimento delle qualifiche professionali, al fine di contribuire alla flessibilità dei mercati del lavoro, di realizzare una maggior liberalizzazione delle prestazioni di servizi, di favorire un maggiore automatismo nel riconoscimento delle qualifiche, nonché, aspetto di non poco conto, di semplificare le procedure amministrative. L’obiettivo di questa direttiva è quello di consolidare in un unico atto legislativo quindici direttive, fra le quali figurano dodici direttive settoriali riguardanti le professioni di medico, infermiere responsabile di cure generali, odontoiatra, veterinario, ostetrica, farmacista e architetto, e tre direttive che hanno introdotto un sistema generale di riconoscimento delle qualifiche professionali riguardante la maggior parte delle altre professioni regolamentate.

Il riconoscimento delle qualifiche professionali consente al cittadino beneficiario di accedere, nello Stato membro di accoglienza, alla professione per la quale è qualificato e di esercitarla alle stesse condizioni dei cittadini di tale Stato, se questa è regolamentata.

I regimi individuati dalla nuova direttiva, che deve essere recepita dagli stati membri entro il mese di ottobre 2007, sono tre: regime generale di riconoscimento delle qualifiche professionali; regime di riconoscimento automatico delle qualifiche per talune professioni specifiche ed infine regime di riconoscimento automatico delle qualifiche per talune professioni specifiche.

Il primo regime, quello generale di riconoscimento delle qualifiche professionali si applica a titolo sussidiario a tutte le professioni che non sono oggetto di regole di riconoscimento specifiche, nonché a quelle situazioni nelle quali il professionista migrante non adempie alle condizioni previste dagli altri regimi di riconoscimento. Questo regime generale si basa sul principio del riconoscimento reciproco, in caso di differenze sostanziali tra la formazione acquisita dal lavoratore migrante e quella richiesta nello Stato membro d'accoglienza è possibile che si applichino misure di compensazione. Tali misura potranno consistere in un tirocinio d'adattamento o in una prova attitudinale, l’eventuale scelta al lavoratore migrante.

Il secondo regime è quello del riconoscimento automatico delle qualifiche che sono comprovate dall'esperienza professionale. Tale regime vale per alcune attività industriali, artigianali e commerciali (dall'industria tessile all'industria chimica, dall'industria petrolifera alle tipografie, dalle industrie manifatturiere all'edilizia), alle condizioni stabilite, di un riconoscimento automatico delle qualifiche comprovate dall'esperienza professionale. Gli elementi presi in considerazione per il riconoscimento dell'esperienza professionale sono la durata e la forma di esperienza professionale sia come lavoratore autonomo o dipendente nel settore di riferimento.

Infine vi è un regime di riconoscimento automatico delle qualifiche per talune professioni specifiche. Il riconoscimento automatico dei titoli di formazione sulla base di un coordinamento delle condizioni minime di formazione riguarda le seguenti professioni: medico, infermiere responsabile dell'assistenza generale, dentista, veterinario, ostetrica, farmacista e architetto.

Avv. Gennaro Maria Amoruso

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